Autore: Alberto Savastano
Luogo: Roma, Italia
Data: 30 aprile 2026
C’è una frase che da anni circola nel dibattito economico con la sicurezza delle verità indiscutibili: per aumentare i salari bisogna aumentare la produttività.
Ripetuta nei convegni, nelle relazioni ufficiali, nei commenti degli economisti, questa affermazione ha assunto il valore di una legge naturale. Quasi una formula matematica.
E invece non lo è.
Non perché sia completamente falsa, ma perché è costruita in modo tale da risultare, nella pratica, profondamente ingannevole.
Il punto è semplice, ma raramente viene detto con chiarezza:
- La produttività non è un reddito. È una misura tecnica.
- Indica quanta ricchezza viene prodotta per unità di lavoro,
- Ma non dice nulla su come quella ricchezza viene distribuita.
Ed è proprio qui che si annida l’equivoco.
Quando la produttività cresce, il valore aggiunto complessivo aumenta. Ma quel valore non si distribuisce automaticamente ai lavoratori. Può andare ai profitti, agli investimenti, alla riduzione dei debiti, alla fiscalità. Oppure restare concentrato in poche mani.
Non esiste alcun meccanismo automatico che trasformi un incremento di produttività in un aumento dei salari. Eppure il dibattito pubblico continua a presentare questa relazione come inevitabile.
Una scorciatoia concettuale che semplifica il problema fino a renderlo quasi rassicurante.
La realtà, invece, è meno comoda.
Si possono osservare economie con livelli elevati di produttività e salari stagnanti. Così come esistono contesti in cui i salari sono sostenuti anche in presenza di dinamiche produttive modeste.
Questo perché il salario non è il risultato di un calcolo tecnico, ma di un equilibrio tra forze economiche, istituzioni e potere contrattuale.
- Dipende da come è organizzato il mercato del lavoro.
- Dipende dalla forza delle rappresentanze.
- Dipende dalle scelte politiche.
- Dipende, in ultima analisi, da come una società decide di distribuire il valore che produce.
Attribuire tutto alla produttività significa ignorare deliberatamente questo passaggio.
Ma c’è di più.
Questa narrazione non è solo teoricamente debole. È anche operativamente pericolosa. Perché introduce un messaggio implicito: prima si produce di più, poi — eventualmente — si redistribuisce.
Un rinvio continuo, che nella pratica si traduce spesso in una compressione dei salari giustificata da obiettivi futuri mai pienamente raggiunti.
In questo modo, la produttività diventa un alibi.
Un concetto utilizzato per spiegare perché i salari non possono crescere oggi, senza alcuna garanzia che cresceranno domani.
Il problema, allora, non è la produttività. Che resta una condizione importante dello sviluppo.
Il problema è l’assenza di un legame esplicito tra produttività e qualità economica degli investimenti.
Se gli investimenti non sono valutati per la loro capacità di generare valore reale — economico e sociale — la produttività può aumentare senza produrre benessere diffuso.
Si produce di più, ma non necessariamente si vive meglio.
È qui che il dibattito economico mostra il suo limite più evidente: confonde la crescita con lo sviluppo.
- La crescita misura quanto si produce
- Lo sviluppo misura come e per chi si produce.
E tra queste due dimensioni non esiste una coincidenza automatica.
Continuare a ripetere che i salari dipendono dalla produttività significa evitare il nodo centrale: la distribuzione del valore.
Un tema più complesso, più scomodo, ma inevitabile.
Perché, alla fine, la questione non è quanta ricchezza viene creata.
Ma chi decide come quella ricchezza viene ripartita.
Ed è proprio in questa decisione che si gioca la qualità di un sistema economi
Chiusura
Le autorità decisionali, pubbliche e private, se intendono sostenere livelli adeguati di salario, devono intervenire a ora debita cioè a monte del problema.
Devono cioè elaborare e selezionare, in via preventiva, progetti di investimento dell’economia reale — pubblici e privati, produttivi, infrastrutturali e sociali — capaci di generare valore aggiunto nel tempo.
Solo gli investimenti che producono valore aggiunto e redditività, economica e sociale, creano le condizioni necessarie affinché le risorse generate possano essere destinate, in modo stabile, anche all’incremento dei salari.
E quando la distribuzione non è affrontata in modo esplicito, la produttività smette di essere una soluzione e diventa una giustificazione.
Una giustificazione elegante, tecnicamente rispettabile, ma profondamente insufficiente.
Perché senza una scelta consapevole su come dividere il valore prodotto, anche la crescita più efficiente rischia di restare, semplicemente, una crescita senza sviluppo.
Le autorità decisionali, pubbliche e private, se intendono sostenere livelli adeguati di salario, devono intervenire a monte del problema.
Devono cioè elaborare e selezionare, in via preventiva, progetti di investimento nell’economia reale — pubblici e privati, produttivi, infrastrutturali e sociali — capaci di generare valore nel tempo.
Perché solo gli investimenti che producono valore aggiunto e redditività, economica e sociale, creano le condizioni necessarie affinché le risorse generate possano essere destinate, in modo stabile, anche all’incremento dei salari.
