Commenti di cronache territoriali sull’uso e/o abuso dell’Analisi Costi-Benefici
Ci sono momenti in cui il dibattito pubblico italiano sembra muoversi su binari paralleli alla realtà. L’intervento televisivo di ieri sera 7/11/2025 (Antenna privata) ne è un esempio lampante: una ricostruzione che attribuisce all’Unione Europea la responsabilità dei bassi salari italiani e, nello stesso tempo, presenta il debito pubblico come un peso inesistente, un’ombra che svanisce da sola perché “tanto si rinnova”. È una narrazione rassicurante, certo, ma profondamente fuorviante.
L’idea che Bruxelles abbia “indotto” gli Stati membri a comprimere i salari non regge a un’analisi seria. L’Unione Europea non possiede competenze dirette sulle retribuzioni e non ha mai imposto né suggerito politiche salariali al ribasso. Se in Italia i salari stagnano da vent’anni, le cause vanno cercate dentro i nostri confini: una produttività che non cresce, un modello industriale debole, poca innovazione, contratti spesso frammentati e una sistematica difficoltà nel selezionare bene gli investimenti pubblici. È qui che la valutazione economica manca, ed è qui che l’Analisi Costi-Benefici, ignorata da decenni, avrebbe potuto fare la differenza. Dare la colpa all’Europa è comodo, ma è anche un modo per allontanare da noi stessi una responsabilità che invece ci riguarda da vicino.
Non meno pericolosa è l’idea secondo cui il debito pubblico molto elevato sarebbe innocuo. È vero che i titoli di Stato vengono solitamente rinnovati alla scadenza, ma questo non avviene per miracolo: avviene perché i mercati si fidano, perché giudicano credibile la capacità del Paese di crescere e di onorare i propri impegni. La fiducia non è un automatismo, è una conquista quotidiana. Ignorare questo aspetto significa raccontare un’Italia immaginaria, dove il debito non pesa e dove la sostenibilità finanziaria è un dettaglio burocratico.
Nella realtà, ogni aumento degli interessi riduce le risorse disponibili per salari, investimenti, servizi pubblici. Dire che il debito “non è un problema” significa illudere le persone e trasferire sui giovani un conto che non hanno mai firmato.
Anche la BCE, negli anni recenti, è stata inequivocabile: non pagherà i debiti al posto degli Stati. Gli acquisti straordinari di titoli, effettuati nel periodo delle politiche espansive, non sono una cancellazione, né una garanzia eterna. Sono stati un intervento emergenziale, non una promessa di sostituzione permanente. La responsabilità del debito rimane nazionale, e lo sarà sempre. Pensare il contrario significa alimentare un’illusione pericolosa.
Il punto più delicato, però, è un altro: quando un commentatore di grande visibilità diffonde letture così semplificate, contribuisce a nascondere i veri problemi del Paese. Ciò che manca in Italia non è la benevolenza dell’Europa, ma una cultura economica solida, un costume istituzionale moderno e un metodo di selezione degli investimenti basato su criteri tecnici, non su spinte politiche, abitudini o improvvisazioni. Ogni volta che un’opera nasce senza Analisi Costi-Benefici o con valutazioni approssimative, il Paese si impoverisce. Ogni volta che si evita di spiegare ai cittadini come funziona davvero la finanza pubblica, si alimenta diffidenza, rassegnazione, confusione.
Il nostro Blog non nasce per creare polemiche, ma per mettere un po’ d’ordine. Per dire le cose come stanno, con chiarezza e responsabilità. Non per accusare qualcuno, ma per ricordare che dietro ogni scelta economica c’è un effetto sociale e che dietro ogni mito televisivo c’è un pezzo di verità che rischia di andare perduto. Le semplificazioni non aiutano: illudono, disorientano e ritardano l’unica cosa che l’Italia oggi non può più rimandare, cioè un salto culturale e metodologico nella gestione della cosa pubblica.
Chi segue questo spazio sa che non amiamo i toni gridati. Ma ci sentiamo in dovere di denunciare ogni narrazione che, pur parlando di economia, finisce per indebolire la capacità del Paese di capire se stesso. Non è un attacco personale: è una difesa della verità. E soprattutto è un invito a riportare al centro ciò che veramente conta: metodo, rigore, trasparenza, responsabilità. Solo su queste basi, e non sulle illusioni, si costruisce una crescita reale. E un futuro che valga davvero la pena di essere tramandato.
