Titolo: MOSE: un’opera necessaria costruita senza metodo
Il MOSE nasce per proteggere Venezia dall’acqua alta. La logica è chiara: un sistema di barriere mobili capace di isolare la laguna nei momenti critici. Il progetto viene concepito negli anni ’80, approvato negli anni ’90 e portato avanti per decenni tra ricorsi, modifiche, ritardi e scandali.
La prima stima dei costi era di circa due miliardi. Oggi l’opera supera ampiamente i sei miliardi. Non è un semplice incremento: è un cambio radicale del rapporto tra costi e benefici. In un sistema normale, un’opera che triplica il proprio costo verrebbe sottoposta a una valutazione costi-benefici aggiornata e trasparente. Nel caso del MOSE, questa valutazione è stata frammentaria, discontinua e mai pienamente pubblica.
Il MOSE funziona: le barriere si alzano, proteggono la città e rappresentano un presidio indispensabile per Venezia. Ma la sua lunga storia è un esempio perfetto dell’assenza di metodo nella gestione delle opere pubbliche italiane. Il problema non è l’ingegneria: è la governance. I ritardi, gli extracosti e le contestazioni non nascono da difficoltà tecniche inevitabili, ma da scelte prive di una valutazione aggiornata.
Commento economico-sociale
Un’opera come il MOSE non può essere giudicata solo per il suo funzionamento attuale. Il punto è il percorso: anni di incertezze, costi lievitati, responsabilità diffuse e mai definite. L’impatto sociale è duplice: Venezia oggi è più sicura, ma i cittadini italiani hanno pagato un prezzo molto più alto del necessario. Senza ACB, ogni correzione è stata tardiva; ogni errore, inevitabile; ogni responsabilità, diluita.
Lezione di metodo
Una grande opera non fallisce quando costa molto. Fallisce quando i costi crescono senza che nessuno li misuri.
